Cultura

Il Codice Della Fenice di Umberto Lubich


Il Codice Della Fenice Book Cover

Il Codice Della Fenice





Umberto Lubich





Fiction




CreateSpace




21 January 2015




282


Sinossi

Il professor Ardenti è scomparso nel corso di una campagna di scavi archeologici nel pieno centro di Siena. Pochi giorni prima aveva inviato uno strano messaggio a un suo collega, Alan Maier. Questi raggiunge Siena per capire cosa sia successo e consegnare alla polizia il messaggio ricevuto, ma appena arrivato in città viene avvicinato da una ragazza, Giulia, il cui rapporto con Ardenti è poco chiaro. Lei gli rivela un retroscena inquietante, legato al mercato clandestino, nel quale il professore si sarebbe trovato coinvolto a causa di uno strano oggetto che è stato ritrovato all’interno di una cripta scoperta nei sotterranei del Santa Maria della Scala: un bastone sul quale sono incisi misteriosi segni che nessuno, a quanto pare, è ancora riuscito a decifrare. Ma è il nome di un cavaliere di Rodi vissuto nel Cinquecento a indirizzare Maier nel luogo di culto più importante della città. Alcune delle tarsie che compongono il pavimento del Duomo di Siena, infatti, racconterebbero una storia diversa da quella che è loro ufficialmente attribuita. Maier inizia così la sua indagine personale, che lo conduce in un percorso iniziatico, nascosto in un antico gioco di società, attraverso luoghi di culto, rituali massonici, simboli esoterici, sulle tracce di un leggendario codice attribuito a Ermete Trismegisto che raccoglierebbe le fonti di un antico culto. Un documento che getterebbe nuova luce sulle reali origini del cristianesimo.

Umberto Lubich ne “Il Codice Della Fenice” ci dona una lettura scorrevole e appassionante accompagnandoci per Siena e i suoi luoghi più misteriosi

Non siamo teologi e dubitiamo che copiare sia un peccato sufficientemente grave per far sì che un’anima venga condannata all’inferno, ma se esiste un Dio della scrittura (noi crediamo di sì, chiaramente) è certo che “Il codice della fenice” (CreateSpace) gli metta il broncio, come quello di un professore che vede un alunno intelligente ma pigro.

Lubich, però, pecca sapendo di peccare, e a differenza della maggior parte dei critici sul web, noi siamo pronti a perdonarlo, per motivi che vedremo dopo.

La trama de “Il codice della fenice” ha la sua fonte di ispirazione (sì, è un eufemismo) nel filone ‘Dan browniano’ dei thriller ‘artistico-storici’ che tanto hanno fatto lavorare i registri di cassa delle librerie, ma andiamo con ordine.

In un momento imprecisato dell’Italia contemporanea, a Siena, un professore un po’ eccentrico ma di indubitabile preparazione viene rapito da un’organizzazione sconosciuta mentre è a lavoro su dei promettenti scavi archeologici. L’amico-collega Maier, ovvero il protagonista della storia, viene attirato da Venezia a Siena da persone vicine al professore rapito, con la speranza che possa aiutare a ritrovarlo. La polizia, come da copione, tende a sottovalutare l’accaduto, ipotizzando una fuga volontaria. Dalle prime pagine, però, è chiaro che il professore è stato in effetti rapito per evitare che i suoi scavi diano i frutti sperati, frutti che potrebbero riscrivere la storia del cristianesimo mettendone in dubbio le fondamenta stesse.

Maier, accompagnato da una ragazza di nome Giulia, vicina al professore, dovrà seguire i canonici indizi che condurranno la coppia lungo una caccia al tesoro attraverso Siena e dintorni, alla simultanea ricerca del professore rapito e del ‘codice della fenice’, ovvero l’insieme di prove che dimostrerebbero la vera natura del cristianesimo. Se vi siete immaginati già un finale, è altamente probabile che sia molto simile a quello effettivamente scritto da Lubich, ma mi duole deludervi: non siete preveggenti, è solo perché il finale è leggermente prevedibile.

Per un libro che vuole fare del mistero il suo punto di forza, la trama delinea piuttosto precocemente quali sono i binari che percorrerà. È prevedibile quali saranno le fermate obbligatorie ed è anche scontato quale sarà il finale.

  • Figura femminile d’accompagnamento messa lì con lo scopo di dare qualcuno a cui il protagonista possa spiegare i riferimenti storici perché dirlo direttamente al lettore sarebbe goffo? Presente.
  • Personaggio ricco, anziano, enigmatico e a tratti imprevedibile ma dopotutto molto saggio con una verve giovanile che aiuta i protagonisti con i suoi fondi, conoscenze e proprietà immobiliari e non? Presente.
  • Enigmi rinascimentali rimasti perfettamente leggibili ma mai interpretati da nessun altro fino all’arrivo del protagonista e annessi marchingegni in legno e pietra che funzionano senza un apparente propulsore dopo secoli? Presenti entrambi. 

Il treno condotto da Lubich ha anche un altro potenziale difetto: in certe circostanze va troppo spedito. Forse per timore di perdere l’attenzione del lettore, e in questo senso questa sarebbe una preoccupazione inutile visto lo scorrevole stile della scrittura, Lubich affretta alcuni passaggi perdendo l’occasione di costruire la suspense di cui questi romanzi vivono.

I personaggi, allo stesso modo, risultano prevedibili e forse poco ispirati. Così come alcuni dialoghi o situazioni, che suonano troppo studiati e poco convincenti. Senza raccontare troppo della trama, sarà sufficiente come esempio citare un momento specifico in cui, durante la ricerca del professore, i protagonisti si soffermano su una cena con distinte prelibatezze. Ora, fermatevi un momento a immaginarvi la situazione. Un gruppo di persone che, a vario titolo, sono legate a qualcuno che è stato sequestrato, si vede praticamente ignorato dalla polizia e sa che la salvezza del rapito è nelle loro mani. Queste persone, seppur angosciate dalla terribile situazione, devono logicamente mangiare, ma è difficile immaginare che si preoccupino molto di cosa effettivamente mangino.

C’è dell’altro però. Se siete disposti a chiudere un occhio, se siete disposti a perdonare gli errori di gioventù di Umberto Lubich (non abbiamo idea di quanti anni abbia, ma “Il codice della fenice” è la sua prima opera, quindi non può che essere giovane nell’animo), se volete andare oltre le noiose considerazioni dei recensori, “Il codice della fenice” può essere una lettura, se non rivelatrice, sicuramente rilassante e di buon svago.

La trama, a parte gli intoppi descritti prima, scorre con leggerezza. I simbolismi e gli ambienti descritti sono più che sufficientemente interessanti per tenere il lettore con gli occhi fissi sulle parole, mai inutilmente pesanti, con le quali Lubich ci accompagna per Siena e i suoi luoghi più misteriosi. Sotto certi aspetti, “Il codice della fenice” non ha niente che invidiare a un “Angeli e demoni”.

Sì, pecca, ma non si merita l’inferno. Forse solo un breve purgatorio, perché l’impressione finale è che Lubich abbia scelto questa tipologia di storia più spinto da un ragionamento commerciale che non per gusto. La capillare e maestosa opera di ricerca, nella quale l’autore si dev’essere necessariamente impegnato prima di prendere in mano la penna, fa pensare che il broncio divino in apertura di recensione sia a sproposito: Lubich non è pigro, non si è ispirato a Dan Brown per mancanza di capacità artistica, ma semplicemente per seguire una ruscello chiaramente ricco di metalli luccicanti.

In definitiva, se siete appassionati del genere o se è passato tanto tempo dall’ultima volta che avete preso in mano “Il codice da Vinci”, l’opera di Lubich è una lettura leggera ma appassionante. Allo stesso modo, se volete regalare un romanzo ‘facile’ ma non per questo poco stimolante a qualche giovane lettore, “Il codice della fenice” è una valida opzione. Se invece siete di quelli per i quali ogni romanzo deve insegnarvi qualcosa di nuovo su voi stessi, continuate a cercare.

In Pillole

Ben strutturato
Scorrevole
Appassionante

 

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