Politica

Il vento dell’odio e le mani di M.

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Credo che sia stato il discorso di fine anno più anticiclico che un Presidente abbia mai fatto, nonché il più assertivo e frontale di cui io abbia memoria.

Voglio dire: di solito dal Quirinale, al 31 di dicembre, arrivano frasi perfettamente equilibrate, ovattate e smussate, prudentemente annacquate di concessivi, attente a non disturbare niente e nessuno – specie lo spirito del tempo – insomma così vaghe da rendersi quasi impercettibili e da rendere gradito a tutti il suo presidenziale autore.

Invece ieri sera abbiamo ascoltato una presa di posizione molto forte e decisa su un fenomeno sociale che caratterizza una parte robusta di questo Paese – cioè di noi cittadini.

Un fenomeno che non è certo iniziato con il governo gialloverde, ma di cui semmai questa maggioranza è stata una delle conseguenze. Un fenomeno che non è solo italiano ma almeno europeo, per quanto abbia aspetti globali: la gigantesca crisi della coesione sociale, la guerra di tutti contro tutti e di ciascuno contro gli altri, la contrapposizione violenta per bande che non sono più classi sociali ma semplicemente curve da stadio, in cui non è importante per cosa ci si mette insieme contro gli altri, ma il semplice fatto di essere contro gli altri.

Mattarella non ha voluto o potuto andare a cercare le cause profonde di questo dissesto socioemotivo. Sarebbe stata cosa lunga e complessa: per questo ci sono i libri, i saggi di Bauman o i romanzi di Houellebecq, o l’ultimo di Jonathan Coe sulla Brexit, o quelli di tantissimi altri che hanno iniziato a parlarne vent’anni fa, da Sennett a Yves Pagès, da George Ritzer a Viviane Forrester e tanti altri ancora, per fortuna.

Semplicemente il presidente ha allungato il dito e ce l’ha mostrato, questo gran digrignar di denti di tutti contro tutti privo di altro obiettivo che se stesso e senza altro effetto che la guerra tra gli ultimi o i penultimi.

Non un vero conflitto di classe basato su istanze e obiettivi di massa o di gruppo, ma un miliardo di microconflitti diffusi senza istanze né obiettivi: precari contro operai, giovani contro vecchi, uomini contro donne, taxisti contro guidatori d’altro tipo, pensionandi contro già pensionati, vegani contro carnivori, interisti contro napoletani, automobilisti contro vigili, statali contro dipendenti del privato, ovviamente indigeni contro immigrati ma anche immigrati dell’est contro quelli del sud, e via così all’infinito, ci si può odiare anche per quartiere, pettinatura, marca della moto, luogo di vacanze.

Che poi ciascuno nel corso della sua giornata a volte fa parte di bande diverse – la mattina sono automobilista, il pomeriggio pedone – sicché pure le curve furiose sono liquide e mutanti, quello che conta è stare in curva, mica importa quale.

Non so se questo fenomeno coinvolge la maggior parte della popolazione – e Mattarella ha cercato di esaltare le tracce di chi a questa deriva non cede, tanto nel discorso di ieri quanto nelle premiazioni di cittadini qualche giorno fa.

So però che questo astio reciproco e sterile è figlio di un pensiero che si è imposto dicendoci – appunto – che la società non esiste, che ci sono solo gli individui, quindi atomizzando il conflitto, rendendolo fine a se stesso.

E così facendo lo ha ovviamente privato dei tradizionali contenitori che lo regolavano e lo gestivano rendendolo perfino costruttivo: i partiti, i sindacati, l’associazionismo locale o nazionale.

Siamo al tutti contro tutti, ci ha detto Mattarella. E nel tutti contro tutti a rimetterci sono sempre i più deboli, quale che sia la loro curva sud e quale che sia il colore della loro pelle.

E questo tutti contro tutti è diventato anche pensiero diffuso, sistema cognitivo, egemonia culturale.

Per questo le parole di fine anno dal presidente sono state frontalmente anticicliche: perché sono andate all’opposto rispetto a quello che è discorso preminente, moneta comune, spirito del tempo. Raro, davvero, che questo avvenga dal Quirinale.

Non servirà a fermarlo, il grande vento dell’odio di ciascuno contro ciascuno, ma magari ci costringe per un attimo a rifletterci.

Sarebbe già un successo.