Politica

Voto solo chi mangia come me

Uno degli aspetti più interessanti di questo 2018, nell’ambito della comunicazione politica, è l’utilizzo mirato del cibo come strumento di consenso, specie sui social.

L’ultimo mi pare che sia stato Salvini con il pane e Nutella (prima si era selfizzato con il ragù Star); ma anche Di Maio si è recentemente autopromosso con piadina e assai spesso, in passato, con pizza.

Il cibo è, insieme al sesso, un bisogno primario, animale. Non è strano puntare a conquistare consenso mostrandosi come ciascuno di noi alla base della piramide dei bisogni.

Inoltre il cibo è argomento di conversazione che accomuna (quanto cibo c’è in questi giorni sulla vostra bacheca? Quanto spesso si parla di piatti in giro, anche al lavoro e con i conoscenti?) e si sa dai tempi del Cluetrain Manifesto che i mercati sono conversazioni. Compreso il mercato della politica, dove un leader è un prodotto come un altro attorno al quale si costruisce una storia, così come prevedono le regole base del marketing.

Quindi ci sono le scelte specifiche dei cibi, che comunicano una narrazione appunto.

Non è difficile vedere ad esempio la differenza comunicativa tra gli attuali potenti e Renzi che si era fatto fotografare con il cono di Grom nel cortile di Palazzo Chigi. Grom è la start-up inventata da due giovani cool, glam e meritocratici che hanno conquistato pure gli aeroporti della Silicon Valley, il ragù Star è un rutto nazionalpopolare in faccia ai “fichetti del biologico”. Pane e Nutella il mattino di Santo Stefano, invece, spazza i sensi di colpa successivi alle robuste libagioni natalizie; Salvini del resto ci ha abituati ad anestetizzare o ignorare i sensi di colpa, in generale.

Il tutto stendendo un velo pietoso su D’Alema, che a un certo punto della sua parabola era diventato lo sponsor politico di Vissani, perfetta metafora gastronomica della sinistra che si autoannega nella ricerca o nell’emulazione del lusso.

La scelta del cibo – intendo dire: la scelta del cibo da mostrare in pubblico – è comunicativamente forte, importante in termini di impatto, soprattutto nell’era dei social.

E lo è ancor più in una fase di crisi economica, quando il cibo torna a occupare un ruolo fondamentale tanto nei consumi quanto nell’economia personale delle gratificazioni.

Per non dire delle identificazioni culturali: “sì alla polenta no al cous cous” era uno degli slogan più diffusi della prima Lega, quella padana. E l’indipendentismo nordico dei leghisti probabilmente iniziò a traballare quando la Polverini imboccò di spaghetti Bossi in una piazza del centro di Roma ladrona davanti a mille fotografi.

Personalmente penso che allo stato sia tutta o quasi finzione, appunto: scelta mediatica.

Sono abbastanza certo che Salvini sappia usare perfettamente le posate da pesce e preferisca il Brunello al Tavernello: il ragù Star probabilmente è stato solo un’idea di Morisi e della sua squadra.

Ma così vanno le cose. Prima c’erano le ideologie. Poi si è derubricato verso i programmi. Oggi ci sono i selfie col cibo.

Ora vado, che ho fame. Grazie al cielo però non sono tenuto a dirvi cosa mangio né a mentire in merito, non avendo ambizioni elettive.